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Sono nato e cresciuto al Quarticciolo, una borgata che non fa sconti a nessuno: un quartiere che ti insegna presto due cose, sopravvivere e osservare. In una famiglia già complicata di suo – quattro fratelli sopra di me e io al centro, quarto su cinque – ho imparato a farmi spazio non con la forza, ma con lo sguardo e l’ascolto. Mio padre campava vendendo CD, videocassette e DVD masterizzati, roba di contrabbando che girava di mano in mano come un piccolo tesoro clandestino. Il suo “laboratorio” era il salotto di casa: pile di dischi, registratori che facevano il loro rumore metallico, e quell’odore di plastica calda che mi è rimasto in testa come la colonna sonora della mia infanzia.
Il mio compito era apparentemente banale: guardare e ascoltare ogni copia, per assicurarmi che il lavoro fosse fatto bene. In realtà, era una scuola. Da bambino mi ritrovavo a consumare ore di film, concerti, bootleg di musica live: un archivio caotico, ma prezioso. Mentre gli altri ragazzi giocavano in cortile, io avevo già visto più film di certi cinefili incalliti. Lì è nata la mia passione, prima per la musica, poi per il cinema. È come se avessi vissuto un “Neo-realismo casalingo”: realtà sporca, diretta, ma filtrata attraverso lo schermo.
Fare rap è stato il mio primo modo di ribellarmi e raccontarmi. Sono quindici anni che scrivo e registro, e ogni barra è una scheggia del mondo da cui vengo. Il rap, per me, è stato come “La Haine” di Kassovitz: uno specchio in cui la rabbia, l’amore e la disillusione di periferia trovano una voce. Eppure, dentro quella stessa urgenza, cresceva in me un altro desiderio: quello di fare l’attore.
Forse è iniziato per gioco, quando da ragazzino imitavo le scene che guardavo sui DVD di mio padre. Ricordo che una volta provai a rifare una scena di “Mean Streets” davanti allo specchio, usando una bottiglia di plastica al posto della pistola. Mia madre mi beccò e mi prese per scemo, ma io dentro sapevo che non stavo giocando: stavo provando a capire come si muove un personaggio, come si trasforma un uomo normale in qualcuno di più grande, di più tragico. È lì che ho intuito che recitare non era tanto “fingere”, ma scavare fino a trovare una verità.
Ogni esperienza della mia vita mi ha portato un tassello in più. Crescere al Quarticciolo mi ha insegnato il valore della sopravvivenza – ed è lo stesso che vedo nei protagonisti di film di nicchia come “Accattone” di Pasolini: figure che lottano, cadono, ma non smettono mai di cercare qualcosa che li tenga vivi. Essere il quarto di cinque fratelli mi ha insegnato l’arte di rubare la scena senza chiedere permesso, un po’ come in “Dogtooth” di Lanthimos, dove la lotta per un briciolo di libertà diventa teatro quotidiano. E il rap, infine, mi ha dato la voce: un microfono al posto di un’arma, un palco al posto della strada.
Voglio fare l’attore perché per me il cinema è l’unico luogo dove il caos da cui provengo trova una forma, dove le contraddizioni si trasformano in storie. Non cerco fama, cerco ruoli che mi facciano rivivere, e allo stesso tempo superare, quello che ho vissuto. Come in “Gomorra”, dove la realtà più dura diventa opera d’arte senza perdere la sua crudezza, anche io voglio che la mia vita – con i suoi bordi taglienti e i suoi angoli bui – si trasformi in qualcosa che possa toccare gli altri.
In fondo, sono cresciuto tra copie masterizzate: ora voglio smettere di guardare versioni contraffatte e diventare, finalmente,
l’originale.
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